L'editoriale

2013… l’anno della speranza

Salvatore Soresi

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Negli ultimi anni coloro che si occupano di orientamento si stavano abituando all'idea che per il lavoro e l'orientamento stessero per iniziare anni bui a causa della crisi economica che interessava ed interessa ancora tanti paesi. Anche alcuni di noi della SIO, e anche io nelle pagine di questa nostra newsletter, a più riprese abbiamo fatto riferimento al fatto che "il futuro non è più quello di una volta", che il lavoro "da diritto per tutti si stava trasformando in privilegio per pochi" e che alla crisi del lavoro non poteva non seguire anche quella degli operatori che si occupano di scelte e di progettazioni professionali.
Per noi del LaRIOS e dell'International Hope Research Team il 2013 è stato invece l'anno della speranza, sia perché abbiamo dedicato ad essa i nostri più consistenti sforzi di ricerca, sia perché ci siamo trovati massicciamente impegnati nell'organizzazione di quel Congresso internazionale che è stata da molti definita la più eccitante Conference in materia di orientamento e di counseling del 2013.

Al LaRIOS abbiamo incominciato a pensare intensamente a quei giorni circa due anni fa...già all'interno dei lavori della Conference che si era tenuta a Padova nel settembre del 2011.

In quell'occasione importanti studiosi del decision making e del life designing, si erano trovati d'accordo nel ritenere che in epoche di marcata incertezza come quelle che stavamo e stiamo ancora vivendo, sarebbe stato necessario ripensare ai nostri modelli teorici e alle nostre pratiche professionali, e che dovevamo dedicarci maggiormente alla promozione del benessere e della qualità della vita delle persone più esposte agli effetti deleteri che la crisi stava provocando in diverse parti del mondo.

Da allora le cose, in molti paesi, invece di migliorare sono decisamente peggiorate e sono state nettamente sconfermate le previsioni di coloro che, a volte superficialmente, altre in mala fede, ritenevano che si sarebbe trattato di una crisi passeggera, momentanea, apparente.
In tutto questo a farne le spese sono stati soprattutto coloro che per ragioni socioeconomiche vivono ai margini delle nostre società e, in particolare, le nuove generazioni che sembrano nutrire poche certezze, molte paure ed intense preoccupazioni nei confronti di un futuro che, come ci eravamo detti a Padova un paio di anni fa, decisamente non è più quello di una volta, non è più ricco di promesse e di prospettive attraenti.
In epoche come queste tutti sono chiamati a fare la loro parte: i politici in primo luogo, ma anche coloro che si occupano di lavoro, di mercato, di servizi sociali, di promozione del benessere e anche noi che, essenzialmente, ci occupiamo di come aiutare le persone a scegliere e a progettare il loro futuro perché... se il futuro non è più quello di una volta, se c'è la crisi del lavoro... è in crisi anche il lavoro di coloro che da un punto di vista professionale si occupano di futuro e di lavoro.

Le cose che anche noi con le nostre ricerche e le nostre pratiche professionali siamo chiamati a fare sono decisamente molte e abbiamo l'obbligo morale di domandarci come, nonostante tutto, sia ancora possibile avere ed instillare fiducia e speranza, promuovere e fortificare la resilienza delle persone nei confronti delle avversità. Non possiamo inoltre esimerci dall'interrogarci, al contempo, a proposito di come sia ancora possibile ritenere vantaggioso accettare la procrastinazione di rinforzi e gratificazioni, trasformare l'indecisione e l'incertezza in opportunità, ma anche come riuscire ad influenzare le scelte dei decisori pubblici affinché possano essere garantite a tutti condizioni di vita maggiormente sature di significato e qualità.

Nel preparare quella Conference ci siamo detti più volte che chi per ragioni di ricerca o di lavoro è interessato al counseling, all'insegnamento, alla riabilitazione, al lavoro sociale, alla prevenzione ... alle persone, deve continuare ad essere positivo... deve credere nell'esistenza di possibili vie di uscita.

Per dar corpo a questi pensieri abbiamo fatto nostro un motto di Agostino d'Ippona che è diventato, in questo ultimo anno, lo slogan del LaRIOS.
La speranza di cui abbiamo tutti bisogno, secondo Agostino d'Ippona, ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Il primo per come vanno le cose, il secondo per cambiarle. È questo, in fin dei conti, il motivo per cui continuiamo ad occuparci di counseling e di orientamento ... per rinsaldare le ragioni per le quali non possiamo tollerare più le ingiustizie e le cose fatte male, da un lato, e, dall'altro, per sostenere il coraggio di tutti noi nel cercare di cambiarle... ed è per questo che consideriamo il 2013... "l'anno della speranza".

***

Testo della relazione magistrale tenuta nella sessione di apertura dell'International Conference di Padova

Aiutare le persone a costruire il loro futuro.

Occuparci oggi delle persone che necessitano di aiuti nella scelta del lavoro e nella costruzione della loro vita, sta diventando sempre più difficile in quanto siamo costretti ad occuparci di problemi e costrutti complessi e difficili persino da definire.
Sto pensando, in particolare:

  • All'adaptability, di cui sabato ci parleranno gli amici che la prof.ssa Duarte è riuscita a convincere ad essere qui presenti
  • Alla prontezza professionale, intesa come stato di vigilanza nei confronti delle minacce alla vita personale e lavorativa;
  • E alla resilienza, intesa essenzialmente come capacità di resistere e recuperare energie, fiducia e strategie di coping, soprattutto in presenza di sfide impegnative che possono minacciare la stabilità, la vitalità, o lo sviluppo di persone e gruppi.

Tutti questi costrutti hanno in comune un marcato collegamento con le caratteristiche ambientali e contestuali passate e presenti, pur essendo decisamente orientati verso il futuro, verso l'avvenire, verso ciò che potrebbe accadere.

Tra il presente e il futuro, ci sono i nostri desideri, i nostri interessi, le nostre credenze di efficacia, i nostri obiettivi, la nostra agency, ... e la nostra speranza.

L'idea di futuro, un tempo, faceva venir in mente il progresso, il miglioramento delle condizioni di vita, l'aprirsi di prospettive e possibilità... oggi, pensando al futuro sono invece molti coloro che si lasciano prendere dallo sconforto, dallo smarrimento, dall'angoscia ed è proprio questo che provano tanti giovani e molte delle persone di cui ci occupiamo da un punto di vista professionale.

Queste sensazioni e questi sentimenti spiacevoli sono dovuti anche al diffondersi del pessimismo e del convincimento che sarà molto difficile uscire dalla crisi che sta interessando diverse parti del mondo, che sarà molto difficile contenere i suoi effetti deleteri ed evitare che ad essa possa seguire addirittura una definitiva catastrofe come avrebbe previsto Alain Touraine (2010).

La crisi economica attuale, a sua avviso, non solo è e sarà causa di effetti molto dolorosi sul versante sociale, ma riuscirà anche a rendere meno efficienti le istituzioni e ad annullare molti degli equilibri che abbiamo faticosamente raggiunto nell'era «post-industriale» del XX secolo (Touraine, 2010).

Ma di questo, i professionisti che si occupano del futuro del lavoro, sono consapevoli? Cosa pensano? Si considerano adeguatamente attrezzati per continuare ad interessarsi di lavoro e di futuro?

E la formazione che le università offrono è in grado di promuovere nei futuri conselor le competenze necessarie e a seminare fiducia e speranza?

È essenzialmente di questo che intendo occuparmi con la mia relazione.
Lo farò proponendo alcune riflessioni e alcuni dati che abbiamo raccolto e che da un po' di tempo condividiamo all'interno del nostro Laboratorio e dei nostri gruppi di ricerca.

I pensieri e gli interrogativi che terrò presenti sono essenzialmente tre:

  1. Incomincerò con il chiedermi se, di fatto, è ancora possibile prevedere il lavoro del futuro e per quanti, questa eventuale previsione, è effettivamente possibile.
  2. Mi chiederò ancora cosa caratterizza oggi i professionisti che si occupano di lavoro e di futuro e, infine,
  3. Quali potrebbero essere gli identikit di coloro che in futuro si occuperanno di vocational guidance e di career counseling.

Considerando tutto questo, la prima cosa che a mio parere dovremo forse incominciare a fare, è ammettere che anche noi a proposito di futuro ne sappiamo effettivamente molto poco e che sarà sempre più difficile prevederlo con sufficiente precisione e, ancor più difficile, determinarlo così come ci piacerebbe e vorremo.

L'unica cosa che con una certa certezza possiamo affermare è che né i nostri padri, né noi abbiamo fatto quanto necessario per consentire alle nuove generazioni di rappresentarselo positivamente. Noi, in altri termini, siamo per lo meno responsabili di molte inadempienze, di tutte quelle promesse che, per egoismo ed interessi individualistici, non abbiamo mantenuto.
Sono proprio queste mancanze che oggi ritroviamo alla base delle preoccupazioni che molti giovani avvertono con particolare intensità. Tra queste preoccupazioni vi è il convincimento che:

  • il lavoro, da diritto per tutti, sta diventando un privilegio per pochi;
  • che quello decente, quello pieno di significato, se non proprio attraente e piacevole, sarà destinato a pochissimi, e che sarà attribuito non considerando necessariamente i diversi meriti delle persone che lo vorrebbero svolgere;
  • anche il diritto al benessere e alla salute per tutti, se non proprio alla felicità, si sta affievolendo molto, così come l'idea che sia possibile e perseguibile uno sviluppo equo e sostenibile in ogni parte della terra.

Sono molti, troppi i giovani che a proposito di futuro dicono:
"Non ci penso ... Non c'è nulla a cui pensare"; "Mi occupa già a sufficienza il presente"; "Il problema non è l'incertezza del futuro. Il vero problema è l'incertezza, l'indefinitezza del presente".
"Riuscire a pensare da qui ad un anno è già troppo!".

Sono pensieri come questi che ci capita di ascoltare sempre più frequentemente e, d'altra parte, non possiamo meravigliarci di questo, se si continua a dire ai nostri giovani, come anche noi facciamo spesso nelle nostre università, che in futuro "la stima più alta sarà accordata all'innovazione, all'invenzione, alla scoperta, sia economica che scientifica o tecnica; ... all'originale, all'inedito, al mai visto, alle eccellenze (Pomian, 1981, p. 108).

Ma a tutti quelli che non saranno in grado di produrre innovazioni ed invenzioni, che non potranno essere delle eccellenze ... e saranno i più... cosa proponiamo?
Se continueremo a dire che le probabilità di successo e di inclusione saranno decisamente basse per gran parte della "curva normale" della popolazione giovanile, per quella che non possiede strumenti culturali particolarmente sofisticati per essere effettivamente originali e particolarmente creativi ... come possiamo attenderci che manifestino entusiasmi e voglia di futuro?

Da questo stesso punto di vista, anche il lavoro di chi desidererà occuparsi del futuro delle persone "normali", di coloro che quasi certamente avranno a che fare con un futuro poco comprensivo e poco solidale esisterà ancora? Come sarà? Chi non vorrà ridursi a fare solamente, come si dice, il "cacciatore di teste" o il selezionatore di eccellenze, potrà ancora con il suo lavoro sentirsi rilevante da un punto di vista sociale, o soddisfatto a livello individuale?

E quanto sarà impegnativo e avaro di soddisfazioni, il lavorare in favore del futuro con persone che lo considerano particolarmente minaccioso o che non sono in grado di rappresentarselo positivamente?
Forse dovremo iniziare con il ricercare come rendere più attraente il presente in quanto, come in Italia ci suggeriva già oltre venti anni fa Leccardi (1990) il presente immediato, il qui ed ora, è molto importante ed ha un peso ancor più marcato sia del passato che del futuro.

Forse, e in modo più realistico e concreto, se desideriamo effettivamente occuparci di futuro, dovremo, più umilmente, iniziare a considerare come sia possibile utilizzare meglio il presente e, al suo interno, anche il quotidiano che andrebbe accuratamente custodito, risparmiato, investito, fatto fruttare come una vera e propria risorsa economica.
... "in presenza di fattori di incertezza a proposito delle conseguenze delle proprie decisioni e delle proprie azioni, nell'impossibilità di riuscire a controllare il successo o l'insuccesso, l'individuo moderno dovrebbe riconoscersi limitate capacità di calcolo a lunghissimo termine, poche capacità di prevedere e di pianificare a larghissimo raggio". (Sciolla, 1983).

È proprio sulla scia di ragionamenti come questi che, negli ultimi anni, la ricerca di significati e di valori sembra essersi trasferita dalla dimensione del futuro a quella del presente.

Il presente, tempo tutto sommato poco nobile, come dicono alcuni filosofi, in quanto non sarebbe null'altro che un ponte tra il passato e il futuro, inizia, ai nostri giorni, ad essere riqualificato e a godere di glorie per lui insolite, provocando però di fatto la distruzione della stessa idea di futuro. In effetti sembrerebbe che "Il presente ...sia oggi l'unica dimensione del tempo che viene frequentata senza disagio e su cui si sofferma senza difficoltà la nostra attenzione" (Tabboni, 1988).

In questa prospettiva, non più il futuro, ma il presente esteso, un lasso temporale sufficientemente breve da non sfuggire al controllo umano e sociale, ma anche abbastanza lungo da consentire progettazioni, diventerebbe il nuovo tempo dell'azione umana, ma anche del vocational guidance, della career education e del career counseling.
Pur accontentandoci di occuparci di un futuro molto prossimo, o di un presente dilatato dovremo, in ogni caso, armarci di nuove modalità di analisi e di previsione, ma dovremo anche essere animati dalla speranza che sia possibile, nonostante tutto, realizzare i nostri obiettivi, le nostre aspirazioni, soddisfare i nostri desideri e anche, per quanto ci riguarda direttamente da un punto di vista professionale, ritenere possibile aiutare le persone a farlo.

Alcune indicazioni ce le aveva già fornite Agostino d'Ippona con quella frase che abbiamo utilizzato come slogan di questo congresso. Altre ce le fornisce un altro importante e più contemporaneo pensatore, Ernst Bloch, che ci invita proprio a non rinunciare facilmente ai nostri sogni e nemmeno a quelli che facciamo ad occhi aperti:
"La vita di tutti gli uomini è attraversata da sogni ad occhi aperti", afferma Bloch. Una parte di questi sogni è solo una fuga insipida, anche snervante, anche bottino per imbroglioni; ma un'altra parte stimola, non permette che ci si accontenti del cattivo presente, non ci consente di essere dei rinunciatari. Quest'altra parte dei sogni ad occhi aperti" ha nel suo nocciolo la speranza, e, questo è il bello, la speranza è insegnabile. Forse, dati i tempi che stiamo attraversando, è proprio questo, in ultima analisi, lo scopo del nostro lavoro, ma per perseguirlo dovremo riuscire a contrastare anche quell'idea, irrazionale a mio avviso, che alcuni economisti tristi e sfiduciati di oggi, assieme ad alcuni pensatori del passato continuano a cercare di inculcare alle nuove generazioni dicendo che bisogna "essere modesti, che bisogna moderare i desideri... abbassare la soglia delle pretese piuttosto che innalzare le aspettative e le speranze. Questi ben pensanti hanno persino tentato di convincerci del fatto che si potrà diventare ricchi ... solamente se si sarà poveri di desideri!" (Bodei, 2007, p. 15).

1. Ma come sono i professionisti che si occupano del futuro delle persone? Come stanno vivendo queste tensioni e queste contraddizioni e difficoltà?

All'interno dell'International Hope Research Team e del nostro Laboratorio, ce lo siamo chiesti più volte. Oggi mi soffermerò a considerare i risultati, ancora preliminari, di due indagini che abbiamo ancora in corso e che stanno interessando professionisti diversi che a vario titolo e con diverse competenze lavorano a contatto di persone che necessitano di aiuto.

In questi studi facciamo generalmente ricorso a misure sia qualitative che quantitative che si riferiscono:

  • Agli obiettivi che questi professionisti tengono presenti per la propria crescita professionale e a quanta fiducia e speranza di fatto nutrono per il proprio futuro;
  • Alla self-efficacy professionale, alle Competenze professionali, alle capacità collaborative, alle possibilità di gestione delle difficoltà dei clienti;
  • All' abilità di instillare speranza e ottimismo nei propri clienti;
  • Alla propria realizzazione e soddisfazione professionale;
  • Alla propria resilienza, e, ovviamente
  • Alla speranza e all'ottimismo.

Gli strumenti che abbiamo utilizzato sono stati tradotti anche in diverse lingue e sono stati utilizzati in numerose indagini tese ad approfondire il ruolo ricoperto da queste dimensioni e ad individuare differenze sia all'interno di diverse professioni di aiuto (professionisti del career counseling, insegnanti, psicoterapeuti, educatori, riabilitatori ed operatori sociali) che di realtà culturali diverse (Europa, Asia, Africa e Sud America).
In questa sede mi limito a proporre solo alcune riflessioni. Le prime si riferiranno ai risultati che abbiamo ottenuto in seguito ad una cluster analysis che abbiamo recentemente condotto, considerando le autovalutazioni di un gruppo di professionisti del vocational guidance, e career counseling impiegati in servizi diversi dell'Italia del Nord.
Le seconde riflessioni che proporrò si riferiranno agli effetti che potremmo riconoscere alla speranza, all'ottimismo, alla self-efficacy e alla resilienza, a proposito del modo di concepire la propria professione e la propria tendenza ad instillare speranza di coloro che si occupano di lavoro e di futuro.

Per la nostra cluster analysis abbiamo coinvolto 572 professionisti provenienti da diverse regioni dell'Italia settentrionale. La cluster analysis che abbiamo condotto ci ha consentito di individuare 4 diversi gruppi:

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  1. Il gruppo più numeroso raccoglie circa il 35% dei partecipanti al nostro studio ed è costituito da professionisti (n. 200) che abbiamo definito "pessimisti e delusi".
    Pur essendo sufficientemente soddisfatti per il trattamento economico che ricevono, a livello professionale sembrano avere una visione poco positiva della loro professione. Sembrano, generalmente, non sbilanciarsi, non stare, né dalla parte del bicchiere mezzo pieno, né da quella del mezzo vuoto.
    Il loro impegno lavorativo, da quanto abbiamo colto tramite analisi qualitative, si limita allo stretto necessario, senza specifici obiettivi di crescita e senza particolari investimenti a proposito del loro miglioramento professionale.
    Sembrano professionisti "neutrali", "indifferenti", che pur possedendo credenze di efficacia professionale quasi medie, non riescono ad instillare fiducia e speranza nei loro clienti e, tanto meno, ad affrontare adeguatamente le situazioni difficili che questi incontrano.
    Discutendo di questo gruppo nei nostri incontri di ricerca al LaRIOS ci è venuta in mente l'immagine stereotipata di un dipendente "convenzionale e neutrale", che si attiene al minimo previsto dal suo mansionario, senza colpe ed inadempienze particolari, ma, al contempo, senza meritare particolari elogi e senza manifestare segnali di entusiasmo.
    Nei confronti delle sfide che con il nostro lavoro ci troviamo a dover affrontare, questo tipo di collega appare irrilevante, impotente, non certamente in grado di scuotere quel gran numero di persone che già oggi hanno difficoltà a darsi da fare per la costruzione della propria carriera. Nei nostri servizi, e soprattutto in quelli pubblici, i lavoratori di questo tipo sono purtroppo tanti... sarebbero più di un terzo... sono veramente troppi!
  2. Il secondo gruppo è risultato composto da circa il 27% dei nostri soggetti (n. 154). È formato da persone tendenzialmente ottimiste, che posseggono sufficienti credenze di efficacia professionale e che nutrono sentimenti positivi nei confronti del lavoro che svolgono. Si ritengono anche in grado di essere di aiuto a chi incontra difficoltà nello scegliere e costruire il proprio futuro.
    Questi lavoratori riescono ad essere supportivi, ad incoraggiare ed instillare speranza e fiducia pur apparendo allo stesso tempo realistiche e moderate. Per questa ragione li abbiamo definiti "Lavoratori moderatamente supportivi, ottimisti e realisti."
  3. Il terzo gruppo raccoglie il 21% circa dei partecipanti (n. 120) e sono stati da noi considerati "molto positivi, ottimisti e resilienti" in quanto, tendenzialmente, ritengono che possano accadere più cose positive che negative e, questo, anche nei momenti di difficoltà ed incertezza.
    Si tratterebbe di colleghi che sanno investire energie e risorse nel perseguimento dei propri obiettivi e che ritengono di possedere le strategie necessarie per il loro perseguimento.
    Sul versante strettamente professionale sono soddisfatte del lavoro che svolgono e che considerano di valore, socialmente utile e sufficientemente prestigioso.
    Queste persone, inoltre, si considerano in grado di stabilire relazioni positive con i colleghi e si riconoscono la capacità di instillare fiducia e speranza anche in quei clienti che presentano disagi e difficoltà. Anch'essi, inoltre, appaiono "resilienti", in grado di affrontare anche da un punto di vista professionale e personale situazioni di disagio e stress.
    Da un punto di vista sociale, ci auguriamo che siano proprio questi colleghi a prendersi cura di quelle persone che incontrano le più consistenti difficoltà a proposito di come scegliere e progettare il proprio futuro.
    Purtroppo sono pochi, mentre le persone in difficoltà sono tante.
    Da questo punto di vista le persone più sfortunate dovrebbero essere molto fortunate per riuscire ad intercettare proprio questi professionisti!
  4. Il quarto gruppo, quello meno numeroso, raccoglie circa il 17% dei nostri partecipanti (n. 97). Le persone che appartengono a questo gruppo sono decisamente pessimiste nei confronti del futuro e nutrono scarse credenze di efficacia professionale.
    Sul versante lavorativo, inoltre, si ritengono poco realizzate e non in grado di affrontare le situazioni di difficoltà di molti loro clienti e gli stress che potrebbero verificarsi nello svolgimento di un lavoro che percepiscono come poco piacevole. Sembrano inoltre attribuire scarso prestigio e scarsa rilevanza all'attività che svolgono. A proposito della probabilità di queste persone di essere supportive, di essere in grado di aiutare persone veramente in difficoltà, di instillare speranza e fiducia in coloro che non ne hanno, o di essere ritenute idonee ad occuparsi del futuro delle persone... beh... c'è ben poco da dire... forse loro per prime dovrebbero rivolgersi ad un professionista del career counseling e, possibilmente, a qualcuno appartenente a quel gruppo di colleghi che abbiamo definito "molto positivi, ottimisti e resilienti", in quanto anche l'aver a che fare con lavoratori come questi e voler supervisionare le loro attività non sarebbe un'impresa facile.

Nel riflettere su questi profili e sulle ricadute che potremmo considerare a proposito della formazione e della supervisione che dovrebbero essere garantire alle loro pratiche professionali, ci siamo anche chiesti quale ruolo esercitassero le dimensioni che sono al centro dell'attenzione di questo convegno: la speranza e la resilienza, in primo luogo.
Abbiamo cercato una risposta a proposito di questo interrogativo ricorrendo a modelli ad equazioni strutturali. Quello che ci è sembrato fittasse meglio con i nostri dati è riassunto nel grafico seguente che indica gli effetti diretti ed indiretti che esisterebbero tra le variabili indipendenti e dipendenti che abbiamo considerato.
Mi sembra particolarmente importante, innanzitutto, considerare l'effetto diretto che l'ottimismo sembra far registrare a proposito:

  • del modo con cui i nostri professionisti si rappresentano il proprio lavoro, i pensieri, cioè, che nutrono a proposito dei riconoscimenti che otterranno e dell'incremento che, in futuro, le loro competenze professionali potranno registrare;
  • e a proposito della propensione a ritenersi in grado di instillare fiducia e speranza nei propri clienti.

Come si deduce da quanto raffigurato nel grafico non può essere minimizzato, però, il ruolo di mediazione che viene ricoperto dalle credenze di efficacia professionale e dalla resilienza. La prima, grazie agli indicatori che abbiamo utilizzato, può essere qui operazionalmente descritta in termini di capacità di utilizzare, in modo competente, adeguate procedure di assessment e di trattamento, e come abilità di fronteggiamento dello stress professionale tramite il ricorso ad efficaci strategie di coping, la seconda.

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2. Questo sembra essere il presente, ma cosa potremmo dire a proposito di come dovranno essere i professionisti del futuro? Quali i loro identikit possibili?

Coloro che si dedicheranno ai problemi della scelta e della progettazione professionale, si troveranno, innanzitutto, sempre più spesso ad operare in contesti lavorativi e formativi che saranno sempre più caratterizzati da marcata temporaneità e flessibilità.
Inoltre, a differenza di quanto sta avvenendo ancora in Europa, saranno impiegati soprattutto nel settore privato e con sporadiche collaborazioni con il servizio pubblico. Questo solleverà sicuramente problemi e metterà a dura prova la loro l'adaptability e resilienza.

Cercare di anticipare e prevedere le competenze che questi professionisti dovrebbero possedere, ha portato molti colleghi ed anche alcune importanti organizzazioni ed associazioni internazionali, a pensare a diversi elenchi e "manifesti" di competenze più o meno standard.

Si tratta di tentativi che potevano avere un senso e una ragione anni fa, ma che oggi, secondo me, non riescono a dirci molto a proposito del futuro dal momento che propongono essenzialmente una sintesi dei comportamenti e delle competenze considerate utili nel passato o, nel migliore dei casi, attualmente ancora in atto, ma che, di fatto, descrivono ciò di cui c'era o c'e bisogno... non ciò di cui ci sarà bisogno in futuro.

Il futuro, ad esempio, richiederà a chi si occuperà di scelta e progettazione professionale di essere anche in grado di interagire e comprendere linguaggi diversi e multidisciplinari come quelli delle scienze della salute, della formazione, dell'economia, della sociologia, delle scienze della comunicazione, dell'antropologia, ecc. Ma non basta, oltre a saper fare con competenza molte cose dovrà possedere anche importanti sensibilità ed essere disposto a testimoniare l'adesione ad una serie di valori decisamente diversi da quelli propri del consumismo, della competizione, dell'affermazione a tutti i costi. Anche Bandura (2002), d'altra parte, ci ha da tempo detto che la formazione universitaria si deve curare di più di valori umani, di significati, di prospettive culturali e di coinvolgimento civile che debbono essere potenziati almeno quanto le conoscenze (Bandura, 2002).
Di tutto questo è ovviamente difficile trovare tracce operazionali negli elenchi, anche internazionali, a cui ho fatto prima riferimento.

Per queste ragioni, invece di considerare un "bilancio standard delle conoscenze e delle competenze" di questi professionisti potrebbe essere più utile e stimolante ipotizzare una sorta di "Portfolio delle conoscenze e delle competenze, in progress però" che, accompagnando la carriera professionale di ognuno, faciliterebbe il monitoraggio dei progetti individuali che sono stati formulati, la lettura di una narrazione delle diverse "identità e delle diverse storie professionali".
Questo portfolio consentirebbe anche l'analisi delle abilità che, di volta in volta, sono state trattate in termini di obiettivi e di percorsi di formazione che si è ritenuto opportuno intraprendere per il loro raggiungimento.
Questo portfolio documenterebbe così anche quanto questi colleghi sono in grado di autoregolare i propri comportamenti professionali, quanto sono disposti ad accettare e ad investire sulla propria formazione lungo tutto l'arco della propria vita professionale.

Se d'altra parte questi stessi professionisti richiedono ai clienti di sviluppare il proprio self-mangement e la propria personal agency per poter risultare attivi e produttivi in contesti diversi (Thomsen, 2012) e di essere in grado di sostenere la propria autodeterminazione, anche essi dovrebbero aver sviluppato bene queste caratteristiche e competenze.

Questo professionista, inoltre, non potrà accontentarsi di essere un mediatore, di essere neutrale... dovrà diventare un persuasore, un facilitatore di riflessività, ma essere anche in grado di ricoprire un ruolo di coach e di accompagnatore nelle fasi di esplorazione del mondo del lavoro e delle diverse transizioni, dovrà, in altre parole, essere in grado di occuparsi di situazioni difficili da analizzare e supportare.

Se tutti noi, d'altra parte, percepissimo i nostri problemi come semplici e facili, non avvertiremmo la necessità di rivolgersi a degli specialisti. Anche noi, pertanto, come accade anche in altri settori del benessere e della salute, dobbiamo accettare il fatto che non ci sono e non ci saranno cose facili di cui occuparci o, ancor più semplicemente, come mi ha insegnato uno dei miei figli, che "le cose facili le hanno già fatte gli altri... e che a noi rimangono quelle difficili".

Per queste ragioni considero superficiale e non risolutivo pensare, come sta accadendo anche in alcuni paesi europei, e in Italia sta proponendo l'ISFOL, a livelli diversi di competenza, a professionisti del vocational di serie A, B o C, o a diversi "mansionari" di volta in volta enfatizzanti o la tematica dell'erogazione di informazioni, o quella dello sviluppo e dell'educazione di abilità a quella del vero e proprio career counseling.
A noi rimangono le cose difficili da fare...È ciò che accade, ad esempio, quando, anche in un'ottica preventiva, desideriamo occuparci di coloro che non avanzano richieste di aiuto non avvertendo ancora situazioni di marcato disagio, o quando decidiamo di occuparci di persone presso le quali professioni come le nostre non godono di una grande reputazione, soprattutto se tendiamo a proporre loro interventi di natura prettamente psicologica, individuale, face to face.

A noi rimangono le cose difficili da fare ... come quando desideriamo occuparci di giovani che appartengono alla cosiddetta generazione Neet, a quella formata da giovani che non lavorano e non studiano, da persone che farebbero parte di quella che è stata definita la "generazione sospesa", dal "futuro interrotto" perché non è in grado di individuarlo e tanto meno di progettarlo. Queste persone preferirebbero forse gli interventi di gruppo, o quelli on line, o, forse vorrebbero essere aiutati esclusivamente nella ricerca di opportunità lavorative, di risorse, di supporti ed alleanze.

A queste persone, in ogni caso, si dovrà insegnare la speranza, come diceva Bloch, portarle a riflettere, a rileggere i loro incidenti critici, le loro storie e difficoltà, ricordando loro che possono servire per ragionare, per riflettere... Inciampa pure così rifletti diceva qualcuno!

A queste persone si dovrà insegnare che le loro cose, e i loro disagi non sono solo loro..., che le loro azioni e le loro cose sono questioni pubbliche, sociali, sono un intreccio di persone, di storie, di approcci, di strumenti e paradigmi appartenenti a specifici ambienti culturali e sociali.
Spetta a noi, e sicuramente anche questa è una cosa difficile, contrastare quella dilagante tendenza al ripiegamento su se stessi, al privato... spetta a noi fare il possibile per stimolarli ad uscire dal loro guscio, dal loro individualismo.

Il professionista del futuro che ho in mente dovrà pertanto essere soprattutto un agente di cambiamento, un facilitatore di riflessione e inclusione. Il professionista del futuro dovrà essere anche, però, orientato al presente, ai contesti e dovrà invitare le persone ad indignarsi per le ingiustizie che esistono, dovrà stimolare la curiosità e la creatività, la partecipazione e l'empowerment personale.

Per promuovere tutto questo i professionisti del futuro dovranno diventare dei provocatori, dei persuasori, dovranno riuscire a scuotere i rassegnati in quanto la paura, la sfiducia e l'ancoraggio eccessivo al presente fanno passare la voglia di futuro e, pertanto, anche di vocational guidance, di career education e di career counseling.
I posti di lavoro di questi professionisti, sia i loro uffici, ma anche e sempre più spesso, le strade e le comunità, dovranno trasformarsi in luoghi di condivisione, in posti
culturali nei quali far convergere saperi diversi accomunati dal fatto che condividono l'idea che è necessario un ripensamento delle strutture economiche e sociali vigenti in quanto l'offerta e la domanda di lavoro, dobbiamo ammetterlo, non si incontrano e non si incontreranno tanto facilmente.

Se da un lato noi avvertiamo il bisogno di rifondare le nostre discipline, anche quelle di altri debbono fare la loro parte... a cominciare dall'economia che dovrà diventare più aperta e plurale, riconnettersi alla storia, alla sociologia, alla morale, alla politica e alle altre scienze umane.

Avremo un futuro come ricercatori e come professionisti interessati al futuro... se, innanzitutto, la smetteremo di essere neutrali, indifferenti.

L'indifferenza, la neutralità... hanno stimolato in molti sentimenti negativi, addirittura vicini al disprezzo e all'odio così come un grande e scomodo pensatore e cittadino italiano ... si era trovato ad affermare con vigore alcuni decenni fa dicendo senza mezze termini
"Odio gli indifferenti e credo che vivere voglia dire essere partigiani, ... stare dalla parte di
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.
L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria... non è vita. Perciò, diceva Gramsci, odio gli indifferenti.

Chi in futuro si occuperà di quelle cose difficili di cui ci stiamo discutendo in questa Conference dovrà dimostrare apertamente rabbia e indignazione per le ingiustizie, per le cose fatte male, per quelle vantaggiose unicamente per pochi.
Chi in futuro si occuperà di queste cose e delle persone che non hanno e non avranno voglia di futuro dovranno dimostrare di essere partigiani ... di stare, senza se e senza ma... dalla loro parte.

Grazie per la vostra attenzione, ma soprattutto, grazie per la vostra non-indifferenza nei confronti della qualità dell'esistenza delle persone e dei loro ambienti e contesti di vita.

I link sono stati apposti dalla Redazione; i siti cui essi rimandano erano in atto al momento della pubblicazione dell'articolo.